L’analisi della Cgia evidenzia un divario significativo nel carico fiscale tra le imprese venete e i colossi del web. Nel 2023, le aziende veneti hanno versato imposte pari al 31,5% della base imponibile, superando di ben 16,7 punti percentuali l’aliquota media applicata alle prime 25 websoft internazionali, che nel 2024 hanno generato un utile ante imposte di 503 miliardi di euro e versato 74,3 miliardi di tasse (14,8% di tax rate).
La Cgia sottolinea come questa differenza sia il risultato di una combinazione di fattori, tra cui l'utilizzo da parte delle multinazionali di regimi fiscali più favorevoli in Paesi come Olanda, Irlanda e Lussemburgo, dove trasferiscono i costi per aumentare gli utili dichiarati. Questo meccanismo, noto come “basey shifting”, permette alle aziende di ridurre il carico fiscale in Italia e Francia, dove le aliquote sono più elevate.
La situazione è aggravata dal contesto internazionale, con l'esenzione fiscale ottenuta dagli Stati Uniti per le proprie grandi aziende durante il G7 del 2025 e la minaccia di dazi sui prodotti europei da parte degli USA contro l’ipotesi di una Digital Service Tax europea. Nonostante ciò, l'Italia ha già implementato una tassa sui servizi digitali che genera circa 455 milioni di euro all'anno.
Il divario fiscale si manifesta anche a livello regionale, con un tax rate medio nazionale del 31,9% contro il 14,8% delle big tech. Le province più colpite sono Lazio (18,6 punti in più), Friuli Venezia Giulia e Liguria (+18,1%), Marche (+17,8%) e Campania (+17,5%). Il Veneto si colloca poco sotto con un differenziale di 16,7 punti. La Cgia evidenzia come questa disparità rappresenti un problema strutturale che necessita di una soluzione a livello globale per garantire una concorrenza leale e un'equa tassazione delle imprese.