Come spesso accade, ci sono i pro e ci sono i contro ed è particolarmente vero quando si parla della forte componente familiare del tessuto produttivo italiano. In Italia le imprese di famiglia sono diffusissime, con evidenti vantaggi : condivisione di valori, relazioni più informali e orientamento al futuro nell'ottica di preservare l’attività per le prossime generazioni. Ma ci sono anche i classici rovesci della medaglia, negativi o inefficienti, cioè minima o assente separazione tra proprietà e gestione, dimensioni ridotte, bassa crescita e poco dinamismo.
Secondo Banca d'Italia, la quota di imprese familiari italiane è salita al 72,3% nel 2024, superando il 68% registrato nel 2014. Tuttavia, questa crescita è lenta e concentrata soprattutto nelle regioni del Sud, dove rappresenta il 78,8% del totale. Le imprese familiari tendono ad essere piccole, con un numero di dipendenti inferiore a 249 persone. Il passaggio generazionale rimane una sfida cruciale, con oltre un quinto delle imprese che hanno almeno un socio di 65 anni o più.
L'istituto sottolinea la diminuzione della rappresentanza di amministratori esterni alla famiglia all’interno di queste aziende, il che rafforza il controllo familiare diretto. Questo modello, pur garantendo stabilità e relazioni fiduciarie, può limitare la crescita e l'apertura al capitale esterno. La maggior parte delle imprese familiari opera nel settore delle costruzioni (83%) o nella manifattura low-tech (75,9%).
Le imprese familiari italiane rappresentano il 45% dell’occupazione e il 72,3% del totale delle società di capitali. Il Global 500 Family Business Index 2025 di EY elenca 22 gruppi italiani tra i primi 500 al mondo.