L'Insultario Triestino: Un Tesoro Linguistico Inatteso
Trieste, città portuale dal fascino multiculturale, custodisce un tesoro linguistico unico: il suo dialetto, ricco di insulti e modi di dire che vanno ben oltre il semplice linguaggio volgare. Questo è il cuore dell’Insultario triestino-italiano, un progetto ambizioso del giornalista Diego Manna che, in collaborazione con Il Piccolo, offre una galleria divertita – e a tratti sorprendente – di espressioni locali.
Il libro, pubblicato da Editoriale Programma e disponibile in edicola insieme al quotidiano, non è un semplice dizionario di parolacce. Manna ha intrapreso un’operazione più complessa: quella di documentare e interpretare un patrimonio linguistico vivo, che si manifesta nell'uso quotidiano della città. L'Insultario non mira a giudicare o censurare, ma a comprendere il ruolo dell'insulto nella cultura triestina.
Un Dialetto in Evoluzione
L’autore spiega che l’insulto a Trieste è molto più di un gesto rabbioso: è un esercizio di fantasia, una forma di ironia, talvolta persino un modo per esprimere confidenza. Il libro raccoglie termini come “mona”, “pampel”, “cugno” e molti altri, ma non solo. Include anche filastrocche, ripetizioni e costruzioni che acquistano significato solo se pronunciate con la giusta cadenza. La ricchezza del lessico triestino deriva da secoli di scambi commerciali e culturali: influenze venete, slovene, tedesche, greche, francesi e inglesi si sono fuse nel tempo, creando un vocabolario unico.
Manna sottolinea che l'obiettivo non è fissare il dialetto in modo definitivo. «Il mio obiettivo era quello di scrivere un libro che si potesse leggere dall’inizio alla fine, non un vero proprio dizionario», ha dichiarato. Il libro è un omaggio allo spirito della città e al suo dialetto, una sorta di “50 sfumature di petesson”, dove anche la sbornia del sabato sera richiede un linguaggio preciso e appropriato.
Un Approccio Innovativo
L’Insultario non è solo un libro di insulti; è un'indagine sulla lingua, sulla cultura e sulle relazioni umane. Manna esplora il dialetto dalla sua porta più scanzonata, senza la pretesa di fissarne una volta per tutte i confini. Il progetto è anche un modo per osservare le abitudini, il carattere e le relazioni di una comunità, dove certe parole feriscono, altre fanno ridere e altre ancora, pronunciate dalla persona giusta, diventano quasi una dichiarazione d’affetto.