L'inattesa convergenza tra Copenaghen e Roma
La decisione del governo danese guidato da Mette Frederiksen di schierarsi a fianco di Giorgia Meloni nella gestione dei flussi migratori provenienti da Ceuta ha sorpreso molti, in particolare all'interno del Partito Socialista dell'Unione Europea (PSE). La mossa non è solo una questione ideologica, ma riflette un profondo cambiamento strategico nel panorama della socialdemocrazia danese, guidato da preoccupazioni concrete legate alla sicurezza e al welfare.
Le radici della svolta
La svolta di Frederiksen è in gran parte dovuta a una serie di politiche introdotte già prima delle elezioni di marzo, volte a limitare l'immigrazione. Queste includono un giro di vite contro gli stranieri che hanno commesso reati gravi, la revisione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per facilitare i respingimenti e il sostegno all'implementazione di hub esterni per le espulsioni. La Danimarca, insieme al Regno Unito, ha infatti invocato una revisione della Cedu, un passo significativo che riflette la crescente pressione interna sull'accoglienza.
Un modello di welfare sotto pressione
La convergenza con Meloni non è solo un atto politico, ma anche una risposta a una realtà complessa. La Danimarca, come molti paesi scandinavi, sta affrontando sfide significative legate al suo sistema di welfare, in particolare a causa del costo elevato dell'assistenza alla popolazione immigrata (attualmente stimata oltre 3 miliardi di euro all’anno) e alle specifiche problematiche legate alle seconde generazioni. Milton Friedman aveva già previsto questa incompatibilità tra welfare state e immigrazione di massa.
Hub esterni e il ruolo dell'UE
Frederiksen è una fervente sostenitrice dei modelli di hub esterni, simili a quelli avviati in Albania, per accelerare i rimpatri. Sebbene l’Unione Europea abbia “benedetto” questo approccio con nuove regole entrate in vigore a giugno, mancano ancora gli accordi politici necessari con gli Stati d'origine e di transito. La mossa riflette un tentativo di affrontare la crisi migratoria in modo più proattivo, anche se solleva interrogativi sui diritti umani e sulla sostenibilità a lungo termine.