Un’inchiesta della Procura di Reggio Emilia ha portato alla luce un sistema di frode fiscale orchestrato dall’ ’Ndrangheta, con l’utilizzo di 166 società cartiere associate a un unico citofono. Secondo il procuratore Calogero Gaetano Paci, la rete si è rivelata particolarmente efficace nel nascondere le attività illecite e nel generare fatture inesistenti per evadere le imposte.
L’episodio, ripreso dalla Commissione parlamentare antimafia, evidenzia come l’organizzazione criminale utilizzi società fittizie per creare un circuito di fatturazione artificiale, consentendo a imprenditori disponibili a collaborare di ottenere vantaggi economici illeciti. Il magistrato ha descritto il sistema come uno strumento per ‘far pagare allo Stato le estorsioni’, trasformando la criminalità in un’operazione apparentemente legittima.
La struttura del sistema, con una concentrazione anomala di società gestite dagli stessi soggetti e l’assenza di attività produttive reali, ha permesso di oscurare l'identità dei veri mandanti. Questo meccanismo si inserisce in un quadro più ampio delle strategie della ’ndrangheta per infiltrarsi nell’economia legale e ricavare profitti illeciti.
L’inchiesta, che ha portato all’emissione di provvedimenti di sequestro nei confronti di 27 indagati, fa parte di un'indagine più ampia sulla presenza della ’ndrangheta in Emilia-Romagna, legata alle attività della cosca Grande Aracri di Cutro. La vicenda evidenzia la capacità dell’organizzazione criminale di adattarsi ai cambiamenti del mercato e di utilizzare strumenti innovativi per perpetrare le proprie attività illecite.