La missione segreta pianificata dal Mossad, con il sostegno del governo Netanyahu, volta a destabilizzare l'Iran attraverso operazioni dall’interno, ha subito un brusco fallimento. Il piano, che prevedeva l'utilizzo dei curdi come forza di attacco, si è rivelato impraticabile a causa di una serie di fattori, tra cui divisioni interne all'establishment separatista curdo, il rifiuto della Turchia e la contrarietà di altre forze d’opposizione iraniane. Fonti interne suggeriscono che l'intelligence militare israeliana aveva espresso dubbi significativi sulla fattibilità dell'operazione, valutandola priva di prospettive di successo.
Il Ruolo del Mossad e la Reazione di Trump
Nonostante le critiche interne, il Mossad ha sostenuto che il piano avrebbe dovuto essere implementato su una scala pluriennale, non settimanale. Tuttavia, l'approvazione da parte della Casa Bianca è stata ritardata da un’immagine di arrendevolezza percepita, con alcuni apparati americani che hanno criticato l'intelligence israeliana, definendola una minaccia e mettendo in discussione la posizione del presidente Netanyahu.
Da Washington, si sono diffuse voci di un'amministrazione Trump incline a mostrare segni di debolezza nei confronti di Israele. Questa percezione ha alimentato ulteriori tensioni, con l’intelligence israeliana accusata di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale americana. La mancanza di munizioni per il conflitto in Iran rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione, aggravando le dinamiche già complesse.
La vicenda evidenzia le difficoltà nel coordinamento tra alleati occidentali e le profonde divisioni interne all'Iran, con implicazioni significative per la stabilità regionale. La decisione di Trump di ordinare una caccia ai «traditori divulgatori» suggerisce un approccio alla gestione del conflitto incentrato sulla sicurezza interna e sul controllo delle informazioni.