Il lavoro non ha sesso, gli stipendi sì: le donne italiane nelle aziende private guadagnano il 17,4% in meno rispetto agli uomini. La disparità salariale è radicata e riguarda settori chiave come banche, assicurazioni, immobiliare e legale, dove il pay gap può superare il 23%. Il divario si accentua anche per la qualifica: le donne laureate guadagnano in media 20,3 euro all'ora contro i 24,3 di un collega maschio. Nonostante l’approvazione della direttiva europea 970 che obbliga le aziende a garantire pari retribuzione e trasparenza nei criteri di pagamento e promozione, l'Italia è tra i primi paesi ad averla recepita. Tuttavia, la legge italiana prevede che l'applicazione dei Contratti nazionali di lavoro costituisca automaticamente conformità, impedendo l’accesso alle informazioni sui superminimi ad personam.
La Direttiva Europea e le Sfide per l’Italia
La direttiva europea introduce il diritto del dipendente di chiedere la retribuzione media dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro. Tuttavia, la legge italiana prevede una presunzione di conformità in caso di applicazione di Contratti nazionali, rendendo difficile l’accertamento di discriminazioni salariali. La direttiva impone anche la trasparenza nei criteri promozionali e stabilisce che spetta al datore di lavoro dimostrare l'assenza di discriminazioni.