Il Cimitero Galleggiante di Simalchaur
Simalchaur, un tempo paradiso naturale grazie alla presenza della pianta di cotone simal e al fiume Trishuli sacro a Shiva, è oggi un cimitero galleggiante. Il disastro del 26 agosto, causato dal distacco di un ghiacciaio himalaico, ha rivelato una verità scomoda: il vero responsabile dell'ampiezza della tragedia non è stato solo il cambiamento climatico, ma anche lo sviluppo incontrollato che ha trasformato la valle in un centro di accoglienza per migranti e lavoratori.
La Storia di Simalchaur
Fino a vent’anni fa, Simalchaur era una zona rurale intatta, dominata dall'attività della coltivazione del cotone. La piana era caratterizzata da una flora e fauna uniche, con alberi di simal che producevano fiori rossi all'inverno e cotone in estate. L'insediamento era composto da pochi pastori e raccoglitori, in armonia con l'ambiente circostante.
Lo Sviluppo e la Migrazione
La svolta avvenne quando il nuovo governo democratico, dopo aver rovesciato il re Gyanendra, intuì il potenziale energetico del fiume Trishuli. Furono avviati progetti di costruzione di dighe e impianti idroelettrici, finanziati da consorzi sudcoreani e cinesi. Questo portò a un'inurbazione massiccia: contadini, operai e lavoratori migranti affluirono alla valle in cerca di lavoro, costruendo case improvvisate lungo il fiume.
Le Conseguenze del Disastro
L’insediamento di Simalchaur, composto da “sukumbasi” (senza tetto, senza terra, abusivi), era costituito da abitazioni precarie costruite con materiali di recupero. Il terremoto del 2015 aveva ulteriormente aggravato la situazione, rendendo incoltivabili i campi e spingendo ulteriori profughi a cercare rifugio nella valle. La tragedia del 26 agosto ha colpito un'intera comunità, decimata dal crollo glaciale e dalle condizioni di vita precarie.