Un uomo di origine tibetana, Lobga Rangzen, si è dato fuoco a New York in un atto di protesta contro le politiche del governo cinese nei confronti della minoranza tibetana. L'evento, avvenuto il 2 giugno 2025, ha visto l’uomo, che lavorava come autista Uber, accendersi con il fuoco davanti alle Nazioni Unite dopo aver esibito una bandiera del Tibet.
La morte di Rangzen è avvenuta poco dopo in ambulanza, a seguito delle gravi ustioni riportate. L'uomo era un sostenitore attivo della causa per l’indipendenza del Tibet e aveva precedentemente pubblicato un video su Facebook in cui esortava la diaspora tibetana a resistere alle misure repressive di Pechino e a combattere per la libertà e l’autonomia del suo popolo. La sua azione si inserisce in un contesto di crescente tensione tra Cina e il Tibet, alimentata da nuove leggi che mirano a consolidare l'identità nazionale cinese e a limitare le autonomie delle minoranze etniche.
La legge sull’unità etnica, entrata in vigore poche ore prima del tragico episodio, ha suscitato forti critiche internazionali per il suo potenziale impatto sulla libertà religiosa, culturale e linguistica dei tibetani. La legge prevede l'insegnamento obbligatorio del mandarino a tutti i bambini fino alla fine degli studi superiori, limitando l’uso delle lingue tibetane nelle scuole e nella vita pubblica. Il governo tibetano in esilio, con sede a Dharamsala, ha denunciato la nuova legge come un tentativo di assimilazione forzata e una minaccia per la sopravvivenza dell'identità tibetana.
L’atto estremo di Rangzen è stato interpretato da alcuni analisti come una risposta alla crescente repressione del governo cinese nei confronti della popolazione tibetana, che include restrizioni alla libertà religiosa, sorveglianza e limitazioni alle attività culturali. La situazione in Tibet è stata caratterizzata da un aumento delle tensioni negli ultimi anni, con episodi di violenza e proteste pacifiche represse con forza dalle autorità cinesi. Il gesto compiuto dall'autista Uber ha sollevato preoccupazioni sulla sicurezza dei tibetani all’estero e sulla possibilità di ulteriori atti di protesta.